Ven. Dic 3rd, 2021

Oggi è il 1° maggio, la Festa dei lavoratori, e in molti paesi vengono ricordate tutte le lotte per i diritti del proletariato. Si andava in piazza, tranne quest’anno, per ricordare il sudore e il sangue che i nostri antenati lasciarono nelle fabbriche di tutto il mondo, in cambio delle loro legittime libertà .
La voglia di rivolta era nutrita dai continui soprusi subiti, dalle condizioni lavorative infernali e dalla crescente consapevolezza di essere loro stessi il motore del tessuto sociale del Paese. Queste proteste vennero fomentate e canalizzate dai grandi pensatori, i quali si susseguirono alla guida dei malcontenti di un popolo allo stremo delle proprie forze.

Anche oggi il paese è a pezzi e le classi sociali più deboli sono in ginocchio, ma le grandi menti italiane non le ritengono degne di un reale aiuto. Si sono dimenticati degli italiani che soffrono e che si chiedono come riusciranno a dare un futuro e un presente ai propri figli. In questo momento non falliranno le grandi aziende, ma saranno le uniche a essere “salvate” perché lo stato dovrà  tutelare i grandi capitali, adducendo la scusa dei posti di lavoro. Perché, ricordiamocelo, gli unici che piangeranno sangue in questo periodo, saranno i proletari.

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Però, prima di continuare in questa critica verso la nostra classe dirigente, vorrei sottolineare come la categoria di lavoratori che ha bisogno di un tutore dei propri diritti non è più solo quella operaia. In questo momento i negozianti, i piccoli artigiani, i lavoratori autonomi e le piccole imprese hanno bisogno di aiuto. Non domani, ma oggi. L’economia moderna ha creato un nuovo Proletariato, perché ha reso tutti un po’ più dipendenti dai grandi padroni.

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Dovremmo rivedere i nostri concetti di classe debole e capire che non ci sono più solo gli operai ma anche tantissime altre categorie che non vengono aiutate e rimarranno chiuse dopo questa pandemia.

In che modo Karl Marx divenne il simbolo della rivolta sociale? Perché riuscì a comprendere chi erano i veri oppressi della società  in cui viveva. Ha compreso i nemici del proletariato e oggi quei nemici sono cambiati e dobbiamo cambiare i nostri orizzonti.

Noi, invece, siamo aggrappati a vecchi stereotipi in cui solo gli operai devono scioperare per difendere i propri diritti. Mai come adesso, invece, oltre ai lavoratori anche le categorie più maltrattate, non dal padrone ma dallo Stato, devono fare sentire il proprio urlo di rabbia. Ma non deve essere un urlo pilotato da sedicenti capi politici che fanno gli interessi SOLAMENTE del proprio partito, ma da una protesta del reale tessuto sociale del Paese.

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Smettiamola con gli stereotipi retrogradi e riuniamoci tutti sotto l’arcobaleno del Proletariato, per far rinascere un paese all’insegna dell’uguaglianza, della legittimità  del lavoro e della parità  sociale.

Oggi, non pensiamo al concertone, ma domandiamoci come potremo cambiare il mondo, perché il futuro è nelle nostre mani.