In questo periodo la politica ha ripreso il palcoscenico dell’informazione italiana, facendo passare in secondo piano il problema sanitario ancora in essere. Non siamo usciti dall’epidemia di Covid-19 e, anche se i dati sono incoraggianti ma altalenanti, non possiamo permetterci di abbassare la guardia. La ripresa delle industrie, degli spostamenti e un ritorno a una “nuova” normalità sono i tre punti su cui ruotano le prossime Fasi del paese. Però, una di queste voci viene trattata sempre in un modo parziale e ingeneroso. Nei vari talk-show vediamo decine e decine di piccoli e medi imprenditori che si lamentano della lentezza nauseante degli aiuti governativi. Loro hanno il diritto di lamentarsi ed è una presa in giro che i prestiti promessi non siano arrivati e che molte industrie siano in ginocchio, ma possiamo parlare dei lavoratori per una volta? I lavoratori sono all’ultimo posto.

A.A.A. Cassa integrazione cercasi

Oltre alla cassa integrazione dispersa (Nicola, mi sto inginocchiando, va bene stellina?) dall’Inps e centinaia di famiglie al limite della soglia di povertà, un tema che mi sta molto a cuore è la sicurezza sul lavoro italiana. Durante questa emergenza hanno perso la vita medici, infermieri e operatori sanitari, i primi che dovevano essere protetti da questa “potenza di fuoco” del virus. Abbiamo parlato di questa problematica facendo una caccia alle streghe abbastanza ridicola, senza pensare che la sicurezza lavorativa, in Italia, è un optional.

Il lavoro ai tempi del Covid-19: un rischio che i lavoratori non devono correre

L’Inail ha rilasciato i dati riguardanti il numero di contagi sul lavoro dopo il lockdown (in particolare dal 15 al 31 maggio). 3600 lavoratori hanno contratto il virus, ma questo dato non è degno di essere inserito in una lista (si Matte, parlo ancora di te) o all’interno di uno stato generale (si Beppe, ora parlo un po’ anche di te). Solo per la pura statistica: 71.7% donne, 28.3% uomini, età media 47 anni, 84% infermieri.
Ma questi dati non devono e non possono rimanere semplici numeri da masticare e vomitare. In Italia la sicurezza sul lavoro è, da sempre, un problema di cui si parla poco e solamente dopo episodi gravi.

Per la ripartenza, le imprese, sono riuscite a evitare e aggirare numerose norme di salute per la tutela dei lavoratori. Innanzitutto, una delle grandi sconfitte del governo Conte, il mancato monitoraggio dei dipendenti tramite test sierologici e/o tamponi è, a dir poco, scandaloso. Questa pratica sarebbe stata utile per avere maggiori dati e una minore possibilità di contagio all’interno delle aziende. Ma, come spesso accade, la “sinistra” governativa ha dato il contentino agli imprenditori, mandando al macello i lavoratori.
Inoltre, le norme su distanziamento e mascherine sono abbastanza flessibili e molte aziende, è inutile mettere il prosciutto sugli occhi, tagliano il budget dedicato ai dispositivi di protezione (oltre alle mascherine chirurgiche anche guanti e gel disinfettante). Però, tutto tace per fare spazio alle lamentele dei “poveri” imprenditori.

Lombardia maglia nera, ma in tutto il Nord-Ovest si contano più della metà delle denunce

Altri dati statistici: il 55.8% delle denunce di contagi lavoratori e il 58.7% dei casi mortali è racchiuso nel Nord-Ovest. La Lombardia si conferma maglia nera (come nei tamponi, nei contagi e nella pessima amministrazione del duo comico Fontana-Gallera) con il 3505% delle denunce e il 45.2% dei decessi.
Però, la regione governata da Fontana non si può commissariare, non si può toccare e non ha colpa. Ma il Covid ha colpito tutto il mondo e la reazione dei dirigenti lombardi è stata vomitevole, condannando molti loro concittadini.
E anche in questa Fase 2/3 non è riuscita a tutelare la salute dei propri lavoratori, i quali si stanno sdoppiando per salvare l’economia della propria regione. Eroici.

 

Di Matteo Spaggiari

Sono un giornalista e blogger. Il mio impegno è quello di dare a tutti un informazione "fresca" e senza censure.