Ci sono voluti quattro giorni di negoziati ma alla fine l’intesa sul Recovery Fund è arrivata nella notte. L’accordo è una vittoria per l’intera Unione Europea e segna una svolta decisiva per essa. Le divisioni sono state limate e per la prima volta l’UE è sembrata: Gli Stati Uniti d’Europa. 
L’accordo lascia invariato l’ammontare delle risorse del piano messo a punto dalla Commissione, pari a 750 miliardi, ma ridefinisce la composizione tra contributi a fondo perduto e prestiti. I primi ammonteranno a 390 miliardi, i secondi a 360. Guardando alle singole voci che compongono il programma, con la Resilience e Recovery Facility, il cuore del Fondo per il rilancio economico, allocato direttamente ai Paesi secondo una precisa chiave di ripartizione, ammonterà a 312,5 miliardi.
Il nuovo accordo ha invece ridotto i trasferimenti spacchettati tra i programmi, 77,5 miliardi con l’azzeramento della dotazione di Eu4Healt, il nuovo programma europeo per la sanità e i draSTico ridimensionamento del Just Transition Fund e del Fondo agricolo per lo sviluppo rurale. Invariato infine il volume del bilancio europeo, che costituisce la garanzia per le future nuove emissioni, che per il periodo 2021-2027 è rimasto a 1.074 miliardi di impegni.

Il gruppo dei Paesi frugali strappa, oltre alla riduzione dei grants, anche un incremento dei rebates, gli sconti alla contribuzione del bilancio europeo di cui già beneficiano. In particolare alla Danimarca sono andati 322 milioni annui di rimborsi, all’Olanda 1,921 miliardi; all’Austria 565 milioni, e alla Svezia 1,069 miliardi. Invariati invece i 3,67 miliardi per la Germania. Questo ha un valore importante: nessuno ha stravinto, ma tutti hanno avuto la propria parte di merito (chi con senso chi con ostruzione) nella definizione di questa manovra. Anche i Paesi frugali hanno avuto il loro “zuccherino” e nessuno può negarlo. 
L’Italia si assicura nel suo complesso 209 miliardi, una cifra superiore rispetto ai 172,7 del piano originale della Commissione, ma a salire è soltanto la quota di finanziamenti (da 91 a 127), mentre resta invariata la quota di contributi a fondo perduto.

Per il nostro Paese è un giorno di svolta. Quei soldi saranno disponibili dal secondo trimestre, ma bisogna iniziare a lavorare adesso per non farsi trovare impreparati. Bisognerà riformare la Pubblica Amministrazione e la Giustizia, togliere la burocrazia in eccesso, investire sulla Green Economy, cambiare la visione del lavoro e sviluppare i “settori del futuro”, dare una svolta ambientalista al paese e mettere la cultura al centro dell’Italia. Se saranno investiti nel modo corretto, quei 209 miliardi, saranno il trampolino di lancio per il nostro Paese e segneranno la fine dei sovranisti italiani.

Di Matteo Spaggiari

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