Mar. Mag 11th, 2021

Ho deciso di riportare questo articolo del Corriere dello Sport perché secondo me descrive a pieno cosa vuol dire essere partigiani e cosa significa festeggiare il 25 aprile, perché la Festa della Liberazione senza memoria è come una macchina senza motore, è bella da vedere ma non potrà più essere utile.

Protagonista di una scelta

Letteralmente significa «di parte», ovvero persona schierata con una delle parti in causa. Nella nostra storia «partigiani» sono stati i protagonisti della Resistenza contro il nazifascismo e in particolare contro le truppe tedesche di occupazione e i fascisti della Repubblica di Salò. In generale con partigiani si identificano coloro che si sono ribellati nei paesi occupati dalle truppe dell’Asse durante la seconda guerra mondiale.

Una guerra di popolo

Un partigiano quindi è un combattente armato ma non è un soldato. Infatti non appartiene ad un esercito regolare ma ad un movimento di resistenza e che solitamente si organizza in bande o gruppi, per fronteggiare uno o più eserciti regolari, con l’aiuto determinante della popolazione civile. ingaggiando quella che viene definita una guerra asimmetrica. Così la «lotta partigiana» si intende una guerra di difesa di natura civile contro un’occupazione militare. Una forma di conflitto dichiarata legittima anche dall’ Assemblea Generale dell’ONU nel 1965.

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La festa della Liberazione

Il 25 Aprile di ogni anno festeggiamo la Liberazione e in particolare celebriamo il giorno nel 1945 in cui il Comitato di liberazione nazionale dell’alta Italia proclamò l’insurrezione di tutti i partigiani contro gli occupanti nazifascisti. Cioè il giorno in cui abbiamo riconquistato la dignità che il fascismo aveva infangato con la dittatura, con le leggi razziali, con l’abolizione delle libertà civili.

La riconquista della dignità

In quel Comitato di liberazione c’erano esponenti politici molto diversi, cattolici, socialisti, comunisti, liberali. A tutti fu molto chiaro che l’interesse e la dignità del paese dovessero essere prevalenti rispetto a ogni egoismo politico. È lo stesso spirito che ci ha portato alla nascita della Repubblica italiana e al varo della Costituzione. Per questo non festeggiamo il 3 maggio, giorno in cui effettivamente si smise di combattere in Italia.

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Un prezzo altissimo

Il numero dei caduti nella Resistenza italiana (in combattimento o eliminati dopo essere finiti nelle mani dei nazifascisti), è molto alto. Secondo studi accreditati, ripresi dall’Anpi (Associazione nazionale partigiani) sono stati complessivamente circa 44.700; altri 21.200 rimasero mutilati o invalidi. Tra partigiani e soldati italiani caddero combattendo almeno 40 mila uomini (10.260 furono i militari della sola Divisione Acqui, caduti a Cefalonia e Corfù). Altri 40 mila IMI (Internati Militari Italiani), morirono nei Lager nazisti. Le donne partigiane combattenti furono 35 mila, e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna. 4.653 di loro furono arrestate e torturate, oltre 2.750 vennero deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate. 1.070 caddero in combattimento, 19 vennero, nel dopoguerra, decorate di Medaglia d’oro al valor militare.

L’orrore delle rappresaglie

Durante la Resistenza le vittime civili di rappresaglie nazifasciste furono oltre 10.000. Altrettanti gli ebrei italiani deportati; dei 2000 di loro rastrellati nel ghetto di Roma il 16 ottobre 1943 e deportati in Germania se ne salvarono soltanto 11. Tra il 29 settembre 1943 e il 5 ottobre 1944 nella valle tra il Reno e il Setta (tra Marzabotto, Grinzana e Monzuno), i soldati tedeschi massacrarono 7 partigiani e 771 civili e uccisero in quell’area 1.830 persone. Per quella strage soltanto nel gennaio del 2007 (dopo la scoperta dell’«armadio della vergogna» dove erano stati occultati i fascicoli) il Tribunale militare di La Spezia ha condannato all’ergastolo dieci ex SS naziste.

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Il linguaggio non è mai neutrale

I partigiani sono patrioti che hanno combattuto per la libertà e per restituire l’onore ad un paese infangato dai crimini fascisti. Resta solo da accennare al fatto che chi vuole sottolineare la parte più ambigua di questa parola, cerca di spingere «partigiano» verso il significato di fazioso, settario, in generale non obiettivo. Ma in questo chiaroscuro, quelle caratteristiche che vorrebbero sminuire il valore della parola, potrebbero essere parimenti rivendicate come virtù. E, in un prossimo futuro, i vocabolari potrebbero scegliere, come contrari di questa parola, indifferente o conformista, per disegnare l’assenza di passione e la scelta di non rischiare mai niente.

Fonte: Corriere della Sera