Dom. Giu 13th, 2021

Caparezza è scappato dalla prigione, si è liberato dal peso degli errori e oggi sta vagando verso l’ignoto, sull’onda di una nuova consapevolezza artistica, in mezzo a una selva. Non ripudia il passato, ma vuole essere un artista diverso. “Exuvia”, il suo ultimo album, ascoltabile da venerdì 7 maggio, è un’opera complessa, ricca di riferimenti, di auto analisi e contenuti. 

Fra rock, rap ed elettronica, “un grande mischione” come lo chiama lui, Capa porta l’ascoltatore dentro un mondo in cui ogni canzone è un tassello importante per la comprensione finale del progetto. Michele Salvemini, questo il suo vero nome, dalla sua Puglia, continua a viaggiare in direzione ostinata e contraria, preferendo concept massicci a hit leggere, rifiutando l’idea che modelli gangster alla “Scarface” possano essere spiriti guida nella vita come nel rap, e lo fa sempre inseguendo un’idea alta di musica.

Perdersi in una foresta

Per raccontare il disco, Caparezza ha invitato i giornalisti dentro una foresta virtuale in cui è stato possibile trovare canzoni, approfondimenti ed elementi nascosti. Da sempre la foresta è un luogo di ispirazione letteraria, basti pensare al bosco di Charles Perrault o alla selva oscura di Dante Alighieri. Meravigliosa di giorno e terrificante di notte, è un luogo dove perdersi e ritrovarsi. Un universo virtuale che l’artista pugliese metterà a disposizione anche del pubblico, un elemento utile per capire le radici di “Exuvia”.

È un viaggio dentro la mia testa. Questo è l’album più sofferto della mia carriera. Viene dopo sette dischi ed è figlio di una sensazione di angoscia e stupore, la stessa che si prova nel muoversi dentro la foresta interattiva che abbiamo creato entrare in una selva e non sapere dove si andrà è strano, è possibile godere delle situazioni più belle, ma anche di quelle brutte. Penso che questo viaggio, simile a un videogioco, possa aiutare il pubblico alla comprensione del progetto: è come quando ordini un vino al ristorante, se qualcuno te lo spiega assume subito più valore”.

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Una visione cinematografica

È un disco intriso di cinema, di musica e letteratura. Si passa dai riferimenti a Fellini, in particolare a “Il viaggio di G. Mastorna”, sceneggiatura di un film che il grande regista non ha mai realizzato e che racconta un aldilà in cui regna disordine e confusione, fino a Beethoven, Mark David Hollis, frontman dei Talk Talk, Tyler The Creator e tanti altri. “Ogni canzone è un mondo io ho una visione cinematografica della musica. Da una canzone per me parte una trama, appena l’ho finita mi immagino il prima e il dopo. Per questo motivo con me è impossibile ragionare per singoli. Nessun pezzo, da solo, può rappresentare un mio album. Penso a Bowie, al suo ultimo disco, ‘Blackstar’. Un uomo, un artista che fino all’ultimo è uscito dalla sua comfort zone. Ha ucciso Ziggy, poi è rinato un’altra volta. Quella non era solo musica. Uno dei miei primi grandi amori sono stati i Kraftwerk: erano un cartone animato, erano arte, immaginazione”.

Il significato dell’exuvia

L’exuvia è la muta dell’insetto, ovvero ciò che rimane del suo corpo dopo aver sviluppato un cambiamento. Si tratta di un calco perfetto, talmente preciso nei dettagli da sembrare una scultura, una specie di custodia trasparente, simulacro di una fase ormai passata. “Quello che mi sono lasciato alle spalle è il mio passato artistico e umano il disco è diverso da tutti gli altri. È forse meno aggressivo, parla di argomenti malinconici però in modo scanzonato. Ci sono tante e nuove parti cantate. La malinconia mi accompagna da un po’, coincide con la crescita. Per me, questo è l’album più vero del mio percorso, perché fa i conti con tutto quello che sono stato. Il sottotitolo è ‘Volevo fare un disco allegro’: rievoca la frase di Fellini che, mentre girava ‘8½’, scrisse la nota ‘ricordati che questo è un film comico’. Alla fine non lo fu, come questo disco”.

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Nel brano “La certa” viene toccato il tema della morte. “È stata rappresentata in molteplici modi – ricorda Caparezza – ma io ho scelto di raccontarla come una figura positiva, senza la quale la nostra vita diventerebbe il trionfo dell’apatia e della depressione. Una sorta di motivatrice che ci spinge a dare il meglio di noi durante il tempo limitato che abbiamo a disposizione”.

L’hip hop sei tu

Caparezza è nato nell’anno della nascita dell’hip hop, nel 1973. Il disco è intriso di rap, rock ed elettronica. I punti di riferimento dell’artista pugliese, nel tempo, non sono cambiati, ma la realtà che lo circonda sì. “Mi sono innamorato di band come i Beastie Boys, i Run DMC e i Public Enemy ancora prima di sapere che facessero parte di una cultura più ampia in tanti mi chiedono riflessioni sul rap di oggi, ma su quale rap di oggi? C’è quello gansta, quello ironico, quello più riflessivo. La verità è che l’hip hop sei tu, è un riflesso di quello che si è. Attualmente, in generale, mi sembra che nella musica si insegua di più l’hit radiofonica, invece di lavorare sul flow, sulla ricerca e sulla tecnica. Ma i giovani hanno tante attenuanti, anche io da ragazzo, nei panni di Mikimix, non ero certo un esempio. Poi quando si cresce, però, bisogna cercare di evolversi. L’ultimo disco di Marracash, per esempio, è un album adulto. Io non ne posso più della retorica del bullo, di vedere ‘Scarface’ come modello di vita. Lo so che definire quel film ‘una cagata’ farà arrabbiare alcune persone, ma io sono un difensore delle cause perse. Per me un capolavoro è ‘La corazzata Potëmkin’. Ecco, io voglio portare la ‘La corazzata Potëmkin’ nel rap”.

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C’è un’altra strada rispetto a quella illuminata dai riflettori? “Sì alcuni si stupiscono quando dischi spessi di artisti che non usano i social compulsivamente hanno grande successo. Ci sono tanti ascoltatori, meno rumorosi di altri, che premiano chi prova a portare dei contenuti nella musica”.

Fonte: Rockol