Dom. Giu 13th, 2021

Antonio Conte, ex tecnico dell’Inter, ha concesso una lunga intervista ai microfoni di DAZN nella quale ha ripercorso la vittoria dello scudetto e non solo. Queste le sue dichiarazioni.

Come ti trovi a Milano?

Molto bene, anche se avrei voluto viverla di più: col Covid siamo dovuti rimanere a casa. Ma Milano è una bellissima città. Mi sono milanesizzato con le mie origini pugliesi: uno può andare da qualsiasi parte, ma le origini te le porti sempre dietro e sei orgoglioso.

La voce?

Gli inizi di carriera sono stati terribili, finivo la partita senza voce e andavo a parlare e facevo fatica: adesso ho lavorato da questo punto di vista. Poi bevo molto durante le partite e arrivo al post con un minimo di voce. Mi è sempre piaciuto cantare, ma da quando ho cominciato ad allenare sono diventato stonato. Avevo anche la pianola a casa, mi piaceva molto: Ligabue era uno dei miei preferiti.

Ti aspettavi lo scudetto?

L’obiettivo quando ho firmato per l’Inter era un progetto triennale per riportare l’Inter ad avere ambizione, a tornare a giocare per obiettivi importanti. Il fatto di esserci riuscito al secondo anno è stata una grande cosa.

La passione per il flipper?

E’ nata perché nell’infanzia, quando non c’erano molte cose da fare oltre al calcio, c’erano le sale giochi: mio papà non voleva e mi faceva le imboscate. Lì non c’era gente altolocata, stavo attento: se mi beccava, mi prendeva per un orecchio e mi portava fuori. Io guardavo gli altri giocare, perché ci volevano i soldini: speravo poi che qualcuno si dimenticasse un credito. Mi rilassa perché mi distoglie dal pensiero perenne che ho nei confronti del calcio.

Il sacro Graal per Conte allenatore?

Vincere la Champions è il mio obiettivo, spero di raggiungerlo quanto prima.

Antonio Conte dorme?

Faccio fatica, quando sei allenatore sei responsabile di un gruppo di non solo calciatori: e quando lo sei vai a dormire con i pensieri. Scacciarli e riuscire ad addormentarti non è semplice: mi è capitato che nel pensare al dopo la vittoria mi sono rovinato il momento in cui devi gustarti i sacrifici fatti. Quando vinci sai che c’è stato un percorso e devi festeggiare: il festeggiamento ti deve rimanere dentro e devi portartelo perché sai che i sacrifici portano a momenti di gioia totale e serenità.

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Hai trovato un equilibrio tra famiglia e lavoro?

Mia figlia è appassionata a papà, non al calcio: ci tiene, sa che l’umore dipende anche dall’andamento della partita. Fare l’allenatore non è semplice, soprattutto a grandi livelli: le pressioni, le aspettative e lo stress sono tanti, devi imparare a conviverci perché ti senti sempre solo. Pirlo? Non mi ha chiesto consigli, altrimenti gliel’avrei detto: io non consiglierei di fare l’allenatore, ma di rimanere nel calcio con altre mansioni.

Il momento decisivo della stagione?

A livello di campionato il momento decisivo è stato quando abbiamo sorpassato il Milan. In quel momento devi reggere la pressione, perché da cacciatore diventi lepre. E devi capire che da quel momento in poi tutto dipende dal tuo risultato. Non dipendi da niente e da nessuno ma sai che vincendo metti pressione su tutti. Poteva esserci un po’ di ansia da primo posto in classifica. Invece noi abbiamo accelerato. E credo quello sia stato il momento decisivo perché da lì in poi, chi era dietro ha faticato perché vedeva che chi stava davanti continuava a vincere. E se tu vinci porti gli altri ad uno stato di quasi depressione: ti ammazza psicologicamente e noi siamo stati bravi a fare questo.

Ti hanno assecondato in tutte le tue mosse, prima dicevi che l’onestà intellettuale ripaga anche se fai scelte dure.

Una cosa che mi riconoscono i miei calciatori: meglio una brutta verità che una bella bugia. Su una brutta verità, anche se al momento chi lavora con te ci può rimanere male, poi alla fine apprezza e portano ad un ragionamento, una riflessione e forse un miglioramento.

Tutte le tue vittorie sono non banali.

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A 17 anni mi sono rotto la tibia, tutti questi infortuni nella mia carriera mi hanno temprato, mi hanno dato la voglia di reagire, di far sì che dopo l’evento negativo accumulassi tutta quella cattiveria. Mi sono rotto tutto quello che c’era da rompersi, dal ginocchio alla caviglia, dalla tibia al perone. Non mi sono mai arreso, le difficoltà non mi spaventano ora. Sono pronto a superare se arrivano le difficoltà. Da calciatore ero uno bravo, uno che ha avuto la sua carriera, ho vinto tutto quello che si poteva vincere, anche in Nazionale se è mancato un titolo. Quando mi chiedono ‘da dove arriva tutta questa cattiveria’, rispondo dicendo che da calciatore ho vinto tanto ma ho perso anche tanto. Quando tu perdi alcune partite come la finale del Mondiale o l’Europeo, o in Champions che ne vinci una ma ne perdi tre, poi ti rimane dentro una cattiveria che non vuoi rivivere quel momento, fai di tutto per cercare di trasferire questo ai calciatori che hanno difficoltà, a volte, a capire da dove arrivi sempre questa cattiveria. Arriva dalle cicatrici, che si sono rimarginate ma non ne vuoi più altre (ride, ndr). La differenza è sottile.

In queste due stagioni chi è maturato di più?

I ragazzi hanno fatto, è inevitabile che sono all’inizio, per tantissimi è la prima vittoria in carriera. Ma, come dico sempre, poi quando inizi a vincere, la vittoria ti deve entrare nel cervello. Deve essere tua, sai che per vincere devi esasperare alcune situazioni, i ragazzi sono stati bravi. Tutti quanti stanno iniziando un percorso, iniziano a essere vincenti. Non solo hanno vinto il campionato italiano, hanno vinto un campionato dopo che 9 anni c’era stata solamente una storia. Il fatto che ci siano riusciti loro a fare questa impresa, gli va dato grande merito

Il tuo primo presidente da allenatore, Cosimino Conte, tuo papà.

Parlare di papà mi emoziona sempre. Primo presidente, primo allenatore, la mia famiglia è stata importante. Prima, anni fa, venivi ‘buttato’ in strada, papà e mamma dovevano lavorare, prima c’era la strada che ti faceva crescere. In strada ti dovevi difendere, avevi a che fare anche con potenziali delinquenti, non solo con bravi ragazzi. La famiglia è stata molto molto importante, papà e mamma hanno avuto un ruolo importante. Papà è sempre molto chiuso (piange, ndr), però so che è molto orgoglioso.

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Mazzone?

Un grandissimo maestro, ho segnato il primo gol in Serie A con lui. A 19 anni, una volta, mi massacrò, me lo ricordo ancora: eravamo in 10, gli avversari in 11. Mi fece entrare ma c’era un assedio dell’altra squadra. A fine gara mi disse: ‘Sei entrato male’, mi prese ad esempio ma mi ferì tanto. Ho capito che però era a fin di bene, era un messaggio per altri. Mazzone è stato un maestro, un maestro della carota e bastone. Quando usava il bastone, lo faceva roteare alla grande. Anche io così? Io sono più bravo, lui nel pre e nel post partita era tosto. Fascetti e Mazzone le porto nel cuore, ringrazierò sempre entrambi.

Perché dovrei scegliere lei?

Perché sono un vincente, una garanzia dal punto di vista lavorativo e umano. Fossi io a capo dell’azienda, mi affiderei l’incarico.

Il più grande pregio e il più grande difetto?

Pregio? Do tutto me stesso, non mi risparmio e posso valorizzare l’azienda. Difetto? Non penso di avere difetti da questo punto di vista, chi dà sempre il massimo per il posto in cui si lavora non può avere grandissimi difetti. Devi avere la giusta presunzione, arroganza, però deve essere sempre figlia del tuo lavoro, impegno, onestà. Forse sono troppo onesto, ma non è un difetto.

Dove si vede tra 5 anni?

Mi piacerebbe fare esperienze all’estero, in America me la farei volentieri. Miami, Los Angeles, abbinerei l’aspetto calcistico alla vita in un posto bello, col mare.

Fonte: fcinter1908.it